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I personaggi non potevano essere che numerosi, stante l’ampiezza del teatro degli avvenimenti e, inoltre, a guardar bene, la storia è una doppia storia che si sviluppa ed evolve su due distinte realtà in parallelo. È soprattutto puntando sull’attualizzazione del dialogo tra militari (a quei tempi i capi se la tiravano di brutto verso i sottoposti) che ho cercato di avvicinare la vicenda al presente. Il fatto è che io stesso faccio del mio meglio per mantenermi quanto più possibile contemporaneo…Per i dialoghi ogni tanto rileggo ancora il vecchio Hemingway. Da Ken Follet c’è sempre molto da imparare. Wilbur Smith è insuperabile. Peccato che, a mio modesto avviso, la sua narrativa distrugga sempre ciò che di bello ha creato: personaggi, patrimoni e quant’altro.Considero la Fallaci forse il “miglior giornalista-scrittore” di cui possiamo vantarci. Beh, poi Umberto Eco, Luciano De Crescenzo, mio ex collega in IBM… direi che basta così. Eugenio Casagrande potrebbe essere ascritto al novero di coloro che compirono la propria missione, in modo eroicamente “scientifico”, con valore e cognizione di causa: infatti le missioni di cui si è reso protagonista hanno permesso non solo di infoltire le fila delle nostre quinte colonne ma anche di portare in salvo informatori italiani da oltre confine. Esistono altre figure, meno note, in cui si è imbattuto nella stesura del romanzo?Solo molto più giustamente note: Armando Diaz e Vittorio Emanuele Orlando, che hanno saputo risollevare l’Italia dal baratro di Caporetto. “Un’aquila nella notte” è il suo nono romanzo, considerata anche la traduzione in inglese dello stesso. È al lavoro, attualmente, su altri progetti?La Phasar dovrebbe pubblicare a breve “Sulle ali del tempo”, il mio ultimo lavoro, che oso definire sperimentale. Nei panni dell’autore mi piace pensare che Lapo Ferrarese sia un editore che sa il fatto suo; piuttosto che, più semplicemente, ami rischiare.

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